L’ho letto tutto d’un fiato: impossibile smettere. Già dalla prima pagina, quando Amerigo guarda le scarpe degli altri e gli dà i punteggi, capisci che è un gran libro e che ti prenderà. Amerigo è il narratore di questa storia, è un bambino dei bassi napoletani ed ha un modo tutto suo di raccontare i fatti. Racconta con la semplicità e la naturalezza di una esposizione verbale, ricco di errori grammaticali e idiomi napoletani e si riesce a capirlo senza sforzo, senza essere per forza napoletani; in fondo basta conoscere un poco di aritmetica, perché Amerigo conta tutto, nella speranza di arrivare a dieci e vincere una cosa bella che gli accadrà.
Amerigo cresce e leggendo ti accorgi che il linguaggio cambia e diventa maturo e percepisci il malessere dell’Amerigo adulto, che ha vissuto non senza traumi i distacchi che ha subito.
I distacchi di Amerigo cominceranno nel 1946, quando parte verso il Nord insieme ad altri bambini salendo su un treno organizzato dal PCI per fuggire dalla povertà dilagante a Napoli nel dopoguerra e per assegnarli a famiglie disposte ad accoglierli. Amerigo lascia una madre che è presa più a sopravvivere che a badare a lui e che al suo ritorno sarà gelosa della felicità del figlio per aver scoperto il calore di una famiglia e per aver sofferto del secondo distacco.
Ma il viaggio descritto con gli occhi e la capacità narrativa di Amerigo non sarà verso il nord o verso un’altra famiglia, ma sarà un viaggio verso sè stesso apprendendo che, in fondo, per un bambino la vita può essere più facile anche subendo un forte distacco dalla madre.
Il libro è diviso in tre parti: l’ultima, quello con Amerigo adulto è la più toccante, quella che personalmente mi ha più commosso dove la Ardone riesce a toccare corde dell’animo umano con una semplicità unica lasciando ad un Amerigo piuttosto indurito dalla vita uno spiraglio di umanità e compassione.
Anche se le pagine con il giovane Amerigo sono le più accattivanti, leggo l’addio dell’adulto alla madre che per singolare simmetria sento molto mio.
